Categorie di Rischio
Sismico
Nel nostro paese, negli ultimi mille anni sono stati registrati numerosi eventi sismici di media e forte intensità che hanno causato vittime e ingenti danni. La sismicità è concentrata soprattutto nella parte centro-meridionale ed in alcune aree settentrionali della penisola, zone dove il patrimonio abitativo e una parte consistente di quello storico ed artistico, per le sue caratteristiche costruttive e per lo stato di manutenzione, si presenta fortemente esposto ai pericoli derivanti dal terremoto.
Le aree soggette a rischio sismico, ovvero in pericolo per il verificarsi di movimenti tellurici più o meno forti, sono state, sulla base della frequenza e dell’intensità dei terremoti del passato, individuate e classificate in tre categorie sismiche, alle quali corrispondono livelli di pericolosità crescenti. Complessivamente è stato classificato sismico il 45% della superficie del territorio nazionale. Per queste aree lo Stato ha fissato delle speciali regole antisismiche da rispettare per le nuove costruzioni e per l’adeguamento di quelle già esistenti.
Oggi, al fine di ridurre ancor più il rischio sismico, si stanno predisponendo nuove iniziative e nuovi studi mirati a sviluppare
un’efficace
azione di prevenzione mettendo a frutto le esperienze già fatte e quelle attualmente in corso.
Alla luce di quanto innanzi detto, la Campania,
regione in cui la maggioranza dei comuni è da considerarsi, anche se in misura diversa, soggetta
a rischio sismico, è stata la prima in Italia ad approvare uno strumento concreto di prevenzione dal rischio terremoto.
Con deliberazione della
Giunta regionale n. 5447 del 7 novembre 2002, recante Aggiornamento della classificazione sismica dei comuni della Regione Campania, è stata
varata la nuova mappa sismica della regione.
- il 24% dei comuni campani (129 comuni) è inserito nella categoria a più alto rischio;
- il 65% (360 comuni), con Napoli e Salerno, è collocato nella fascia intermedia;
- l’11% (62 comuni), rientra nella terza categoria, quella caratterizzata dal più basso grado di pericolosità
Idrogeologico
Il dissesto idrogeologico rappresenta per il nostro Paese un problema di notevole rilevanza, visti gli ingenti danni arrecati ai beni e, soprattutto, la perdita di moltissime vite umane. In Italia il rischio idrogeologico è diffuso in modo capillare e si presenta in modo differente a seconda dell’assetto geomorfologico del territorio: frane, esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo i conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura. Tra i fattori naturali che predispongono il nostro territorio a frane ed alluvioni, rientra senza dubbio la conformazione geologica e geomorfologica, caratterizzata da un’orografia giovane e da rilievi in via di sollevamento. Tuttavia il rischio idrogeologico è stato fortemente condizionato dall’azione dell’uomo e dalle continue modifiche del territorio che hanno, da un lato, incrementato la possibilità di accadimento dei fenomeni e, dall’altro, aumentato la presenza di beni e di persone nelle zone dove tali eventi erano possibili e si sono poi manifestati, a volte con effetti catastrofici. L’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente, l’apertura di cave di prestito, l’occupazione di zone di pertinenza fluviale, l’estrazione incontrollata di fluidi (acqua e gas) dal sottosuolo, il prelievo abusivo di inerti dagli alvei fluviali, la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno sicuramente aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano.
Il continuo verificarsi di questi episodi ha indotto una politica di gestione del rischio che affrontasse il problema non solo durante le emergenze.
Si è così passati da una impostazione di base incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ad una
cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio ed all’adozione
di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi.
A seguito dell’emanazione di recenti provvedimenti normativi, sono state perimetrate le aree del territorio italiano a rischio
idrogeologico elevato o molto elevato. Parallelamente continuano ad essere intrapresi, promossi e finanziati numerosi studi
scientifici volti allo studio dei fenomeni ed alla definizione più puntuale delle condizioni di rischio.
Sono state inoltre incrementate ed accelerate le iniziative volte alla creazione di un efficace sistema di allertamento e di
sorveglianza dei fenomeni e alla messa a punto di una pianificazione di emergenza volta a coordinare in modo efficace la risposta
delle istituzioni agli eventi.
In termini analitici, il rischio idrogeologico è espresso da una formula che lega pericolosità, vulnerabilità e valore esposto:
La pericolosità esprime la probabilità che in una zona si verifichi un evento dannoso di una determinata intensità entro un
determinato periodo di tempo (che può essere il “tempo di ritorno”). La pericolosità è dunque funzione della frequenza dell’evento.
In certi casi (come per le alluvioni) è possibile stimare, con una approssimazione accettabile, la probabilità di accadimento per
un determinato evento entro il periodo di ritorno. In altri casi, come per alcuni tipi di frane, tale stima è di gran lunga più
difficile da ottenere.
La vulnerabilità invece indica l’attitudine di un determinata “componente ambientale” (popolazione umana, edifici, servizi,
infrastrutture, etc.) a sopportare gli effetti in funzione dell’intensità dell’evento. La vulnerabilità esprime il grado di perdite
di un dato elemento o di una serie di elementi risultante dal verificarsi di un fenomeno di una data magnitudo, espressa in una
scala da zero (nessun danno) a uno (distruzione totale).
Il valore esposto o esposizione indica l’elemento che deve sopportare l’evento e può essere espresso o dal numero di presenze umane
o dal valore delle risorse naturali ed economiche presenti, esposte ad un determinato pericolo.
Il prodotto vulnerabilità per valore indica quindi le conseguenze derivanti all’uomo, in termini sia di perdite di vite umane,
che di danni materiali agli edifici, alle infrastrutture ed al sistema produttivo.
Il rischio esprime dunque il numero atteso di perdite di vite umane, di feriti, di danni a proprietà, di distruzione di attività
economiche o di risorse naturali, dovuti ad un particolare evento dannoso; in altre parole il rischio è il prodotto della
probabilità di accadimento di un evento per le dimensioni del danno atteso.
Vulcanico
Nell'Italia meridionale si trovano concentrati numerosi vulcani attivi ed i loro effetti sull'ambiente sono stati particolarmente rilevanti nel passato. In epoca storica solo Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia, e Etna hanno avuto eruzioni di entità tale da essere ricordate in cronache e storie. Gli altri vulcani attivi italiani insulari (Stromboli, Vulcano, Lipari e i vulcani del Canale di Sicilia) hanno avuto eruzioni a volte anche violente, ma con effetti confinati in un ambito molto ristretto e poco o niente abitato. Proprio per queste ragioni appare importante che vengano studiate tutte le aree vulcaniche, in modo da poter ipotizzare la probabile evoluzione dell'attività di ogni apparato e predisporre tutte le misure perch* questa risulti il meno dannosa possibile
Gli effetti disastrosi di un'eruzione sono tanto maggiori quanto maggiore è l'urbanizzazione dell'area circostante al vulcano e quanto maggiore è la probabilità di avere fenomeni di tipo esplosivo.
Nell'area vulcanica napoletana insistono tre vulcani attivi: il Somma-Vesuvio, la caldera dei Campi Flegrei ed il campo vulcanico dell'isola d'Ischia.
Tutti questi vulcani hanno dato eruzioni in tempi storici. Le ultime eruzioni sono avvenute al Vesuvio nel 1944, nella caldera dei Campi Flegrei nel
1538 ed all'isola d'Ischia nel 1302. Il persistente stato d'attività di questi vulcani è testimoniato dall'attività fumarolica
e sismica e dalle deformazioni del suolo. L'area circostante la città di Pozzuoli, nella parte centrale della caldera dei Campi Flegrei, negli
ultimi 28 anni è stata interessata da due crisi bradisismiche che hanno prodotto un sollevamento massimo del suolo di m. 3.50. Tutti questi
elementi contribuiscono a definire altamente pericolosi i tre vulcani.
La presenza di oltre due milioni di persone e di tutte le infrastrutture necessarie alla loro vita nei dintorni e direttamente sopra questi vulcani,
fa sì che il rischio vulcanico sia molto elevato. Tale rischio è andato aumentando negli ultimi decenni proporzionalmente all'urbanizzazione
delle aree esposte ai pericoli vulcanici.
In questo quadro, il Dipartimento della Protezione Civile, la Prefettura di Napoli e l'Osservatorio Vesuviano stanno compiendo una serie di azioni aventi
come finalità la mitigazione del rischio vulcanico. Al momento sono in fase di aggiornamento piani di emergenza da attuare in caso di ripresa
dell'attività, sia al Vesuvio che nella caldera dei Campi Flegrei.
Al Vesuvio,a Campi Flegrei e all’isola di Ischia sono installati strumenti per il monitoraggio continuo della sismicità, delle deformazioni del suolo e delle emissioni di gas dal suolo e dalle fumarole. Inoltre si effettuano periodiche campagne per la misura di particolari parametri geofisici e geochimici.
I dati prodotti dagli strumenti in continuo e dalle campagne di misura sono analizzati da sistemi automatici e controllati dai ricercatori dei diversi settori.
Tutti i fenomeni correlati alle attivita’ vulcaniche vengono suddivisi in livelli :
IL VERDE ,dove la probabilita’ di eruzione e’ MOLTO BASSA
IL GIALLO, dove la probabilita’ di eruzione e’ BASSA
L’ARANCIO, dove la probabilita’ di eruzione e’ MEDIA
IL ROSSO, dove la probabilita’ di eruzione e’ ALTA
Il livello di allerta attuale e’ IL VERD
Incendio
Il problema degli incendi boschivi in Italia suscita ormai da qualche anno un interesse non più limitato ai soli addetti ai lavori. La crescita della sensibilità collettiva ai problemi della tutela naturalistica, l'attenzione dei mezzi di informazione, la portata dei danni economici arrecati dal fenomeno, hanno contribuito sensibilmente ad aumentare le forze impegnate, soprattutto d'estate, a ridurre la frequenza e l'estensione degli incendi boschivi.
Se fino a pochi anni fa il compito di tamponare l'emergenza era affidato esclusivamente alle esigue forze del CFS e dei VVFF, costretti ad operare in condizioni di estremo disagio e con mezzi insufficienti, oggi esistono strutture operative che dirigono gli interventi su scala nazionale, coordinando tra loro, oltre ai corpi già citati, i mezzi della Protezione Civile, dell'Esercito, degli Enti Locali e del volontariato.
Tuttavia i dati offerti dall'esperienza tecnico-scientifica, mostrano con estrema determinazione come il danno arrecato dagli IB sia proporzionale al tempo intercorso tra l'inizio del focolaio e gli interventi di spegnimento.
Si dimostra, perciò, più efficace una presenza diffusa sui territori a rischio di presidi antincendio, che non un massiccio uso di mezzi che non sia in grado di intervenire in tempo utile sul fuoco.
L'attività di un presidio AIB può inoltre sviluppare un sistema integrato di prevenzione, controllo e repressione, con particolare riguardo
ai fenomeni dolosi che rappresentano la maggior parte della casistica, svolgendo inoltre iniziative di sensibilizzazione delle popolazioni locali sui
rischi da evitare .
CAUSE PRINICIPALI DI INCENDIO BOSCHIVO
Perchè un incendio si sviluppi sono sempre necessari gli elementi che costituiscono il cosiddetto "triangolo del fuoco", cioé il combustibile (paglia, legno, etc.), il comburente (l'ossigeno) e la temperatura di combustione.
Mentre i primi due elementi sono sempre disponibili, la temperatura necessaria all'accensione é presente solo in determinate condizioni.
Se in climi equatoriali la decomposizione della sostanza organica ad opera degli enzimi sviluppa molto spesso il potenziale calorifico sufficiente per l'autocombustione (e ciò rappresenta un importante fattore di regolazione dei sistemi forestali) alle nostre latitudini la possibilità di un simile evento non esiste.
Le cause naturali di incendio possono essere attribuite o alla concentrazione di raggi solari attraverso una goccia di resina o di rugiada (evento quanto mai improbabile e mai verificato direttamente) o all'accensione provocata da fulmini in assenza di pioggia (fenomeno non raro che, comunque, non sembra essere causa rilevante di danni).
Tutti gli altri fenomeni vanno attribuiti direttamente all'uomo, dividendo la casistica in episodi accidentali, colposi e dolosi.
Antropico
Rischio antropico
La parola antropico deriva dal greco anthro-pikós, derivazione di ánthro-pos 'uomo'. Le attività antropiche sono quelle che riguardano l'uomo: geografia antropica, antropogeografia , cioè l’intervento dell’uomo sul territorio.
L'Italia è una nazione che, negli ultimi cinquant'anni, è cresciuta tanto da diventare, da paese essenzialmente agricolo, uno dei paesi più industrializzati del pianeta, non senza pagare il prezzo di un aumento dei possibili pericoli. Peraltro, la rapida evoluzione dell'intervento dell'uomo sul territorio e del progresso tecnologico negli ultimi decenni non è sempre stata accompagnata da una pari evoluzione delle conoscenze circa le conseguenze di tali processi, né da un uguale sviluppo delle capacità di governarne eventuali anomalie.
Si sono generati così rischi specifici, che possono essere suddivisi in tre settori principali:
* rischio nucleare
* rischio trasporti
* rischio chimico-industriale
Sanitario
Criteri massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi G.U. N°109 del 2001
Comunicato relativo al decreto del Ministro dell’Interno delegato per il coordinamento della protezione civile 13 febbraio 2001
Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi - G.U. n°200 del 29/08/2006
Direttiva del Presidente del consiglio dei Ministri - 13 giugno 2006
Nel contesto degli interventi a sostegno delle vittime di eventi catastrofici è necessario prestare massima attenzione ai problemi di ordine
psichiatrico-psicologico che possono manifestarsi sulle popolazioni colpite e sui loro soccorritori. Essi possono palesarsi in fase acuta o evolvere
in modo subdolo, con ripercussioni, anche nel lungo periodo.
I disastri, sia di origine naturale o causati dall’uomo, possono essere distinti – rif. G.U. n. 126 del 12 maggio 2001 – in base alla
loro entità in :
• eventi catastrofici a effetto limitato
• eventi catastrofici che travalicano le potenzialità di risposta delle strutture locali
In entrambi i casi si differenziano dalle situazioni di emergenza individuale o di piccola scala in quanto necessitano di una risposta qualitativamente
diversa; il contesto delle maxiemergenze richiede infatti l’utilizzo di metodologie e procedure peculiari che prendano in considerazione il numero
dei soggetti coinvolti e la precarietà delle condizioni ambientali che si vengono a determinare.
E’ inoltre opportuno osservare che le catastrofi possono produrre sugli individui effetti di lunga durata e mettere a dura prova le capacità di
reazione e di adattamento sia del singolo individuo che dell’intera comunità. Si assiste infatti in questi casi al venir meno delle risorse
di autoprotezione, normalmente presenti in un gruppo di individui che condividono le stesse abitudini di vita, e pertanto è necessario che gli
interventi psicosociali adottati tengano in massima considerazione le caratteristiche specifiche di quel territorio e della comunità che lo abita.
Da tali considerazioni scaturisce l’esigenza di fronteggiare i bisogni psico-sociali che si manifestano a seguito di emergenze nazionali attraverso
azioni ed interventi coordinati in grado di garantire risposte efficaci e di qualità.
A questo fine sono stati redatti i presenti Criteri di massima il cui contenuto è così suddiviso:
• rete organizzativa, articolata in strutture di riferimento e risorse umane dedicate
• destinatari degli interventi
• scenari d’azione
La psicologia dell'emergenza
La psicologia dell'emergenza si occupa di creare modelli efficaci di intervento a sostegno della popolazione e dei soccorritori
in situazioni di emergenza quali calamità naturali, incidenti provocati dall'uomo, calamità sociali come guerre ed epidemie. Di seguito
vengono riportati alcuni questionari costruiti da due diversi gruppi di ricerca, nel campo della psicologia dell’emergenza, rivolti ad esplorare
i limiti e le risorse nell’attività del
soccorritore.
- L’Unità di Psicologia dell’Emergenza e dell’Intervento Umanitario, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, realizza attività di ricerca e di formazione. In particolare, esse sono finalizzate allo sviluppo delle competenze relazionali degli operatori e alla comprensione dei comportamenti delle vittime e dei loro familiari. Promuove altresì iniziative di divulgazione e ricerche-intervento.
- Il gruppo di studio in psicologia dell'emergenza della Facoltà di Psicologia dell'Università di Bologna si occupa di analizzare l'impatto e i processi di adattamento degli eventi critici negli individui, nei gruppi e nelle comunità.
